Romania, una solida opinione pubblica pro-famiglia

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Nunta%2520traditionala%2520-%2520fotograf%2520de%2520nun_009Il Parlamento romeno ha recentemente bocciato la proposta di una legge sulle unioni civili. Matchman News ha intervistato Bogdan Stanciu di Pro Vita Bucarest per saperne di più riguardo alla recente bocciatura da parte del Parlamento rumeno della proposta di unioni civili e all’iniziativa popolare Coalitia pentru Familie.

– Lo scorso 18 maggio, il Primo Ministro Ponta ha rifiutato il proprio consenso alla proposta di unioni civili. Sette mesi più tardi, lo stesso Parlamento ha rigettato il medesimo progetto di legge, con una larghissima maggioranza (solo 10 voti a favore del progetto di leggevedi qui). Come possiamo descrivere il dibattito intercorso tra questi due episodi?

– Debole, quasi inesistente direi. Tutto sommato però, ci sono stati dei tentativi da parte dei principali mezzi di comunicazione di imporre un certa direzione al dibattito pubblico (evidentemente favorevole). Ma il tema delle unioni civili non “prende” il pubblico, vuoi per motivi obiettivi – in Romania ci sono dei problemi ben più urgenti di questo – vuoi perché la stampa è talmente screditata agli occhi della gente che è diventato praticamente impossibile avere un dibattito serio, argomentato. In generale, la stampa è percepita come mezzo di comunicazione per interessi politici o comunque come istituzione poco seria e poco professionale che pensa che tutto nella vita vada trattato in stile tabloid. In queste condizioni è difficile avere un dibattito adeguato.

Rimane il web, con le reti sociali che mostra una capacità di influenza sempre maggiore. In quest’ambito si manifestano fortemente le forze manipolatrici. Direi che anche all’interno dell’utenza rumena di Facebook, l’opinione sia generalmente laicista. Voglio sottolineare, però, che questo stato di cose non ha corrispondenze nella società rumena, che rimane, in grande parte su posizioni più conservatrici.

– Dobbiamo ritenere che questa bocciatura da parte del Parlamento sia dovuta specificamente a questa maggioranza? In caso di nuove elezioni potrebbe darsi una nuova maggioranza con vedute diverse?

– Come certamente accade anche in Italia, con il succedersi delle persone negli incarichi rappresentativi, le priorità politiche cambiano. In Romania, l’attuale classe politica, ancorata ad uno storico progetto del 1990, sta per essere spazzata via a causa degli scandali di corruzione che finiscono in molti casi in incarcerazioni. Decine di parlamentari sono stati arrestati o indagati. Non sappiamo chi prenderà il loro posto. Se arriveranno giovani attori politici con tendenze laiciste, avremo inevitabilmente dei problemi, soprattutto perché in Romania non esiste un autentico partito conservatore. Questo, per noi è un forte segnale di allarme. Non possiamo più evitare il coinvolgimento politico, se non vogliamo essere completamente eliminati dal processo decisionale.

– La Coalitia pentru Familie (“Coalizione per la Famiglia”) ha dato avvio alla’iniziativa popolare di riforma costituzionale (per affermare esplicitamente ch il matrimonio è tra un uomo e una donna). C’è ancora molto da fare. Cosa possiamo attenderci da questa impresa?

– Nel migliore dei casi, l’indizione di un referendum costituzionale che inserisca nella Costituzione la definizione corretta e autentica della famiglia: istituzione fondata sul matrimonio di un uomo e una donna il cui diritto primario è quello di crescere ed educare i propri figli. Sarà una battaglia importante. Non tanto nell’ottenere il supporto popolare necessario per il progetto di legge (500.000 firme), quanto nelle successive negoziazioni con i partiti politici, per ottenere il via necessario all’organizzazione del referendum! Sembra assurdo – se l’iniziativa è dei cittadini, non ci dovrebbe essere bisogno del permesso del Parlamento – ma così è la legge. In una prospettiva strategica, abbiamo identificato una serie di vulnerabilità del nostro progetto, tutte legate al momento e alla congiuntura politica. Ma al contempo esistono dei vantaggi e dei punti forti. Se arriviamo al voto, vinciamo. Ecco perché non ci arrendiamo.

Comunque, nel peggiore dei casi – qualora le telefonate dalle ambasciate straniere e dell’UE dovessero insistere al punto da indurre i politici desistere dall’indire il referendum  – il risultato della nostra campagna sarà un esercizio di solidarietà civile e un messaggio trasmesso ai politici e in generale alle forze anticristiane, che in Romania sono in crescita, soprattutto nella loro forma anticlericale: “Siamo qui, non potete più fingere di non vederci.” Non possiamo tollerare che ci sia rifiutato l’esercizio di un diritto democratico, senza opporci.

Un’ulteriore conseguenza sarà la presa di posizione chiara da parte degli attori politici, i quali finora si sono rifiutati di esporsi rispetto ai valori della famiglia. I partiti più attenti capiranno di essere davanti ad una tendenza elettorale importante con un bacino ampio, e vi si adegueranno.

Voglio sottolineare che in Romania le ali del parlamento, come espressioni politiche autentiche, non esistono. Da una parte, l’ex governo di “centro-sinistra”, social-democratico, ha varato diverse misure di tipo liberale. Dall’altra, il “centro-destra” (Partito Nazionale Liberale) si è “superato”, adottando l’aumento degli assegni per i bambini e per le pensioni. Forse questo è il momento giusto per un chiarimento valoriale di così grande importanza.

– Nell’ultima intervista, hai fatto riferimento al fatto che in generale l’opinione pubblica rumena si qualifica per essere una delle meno favorevoli alle istanze LGBT. Il fatto che il pubblico dibattito sia povero, sembra costituite comunque un freno al diffondersi dell’ideologia gender. Riguardo ai media, alla società civile e alla comunità religiose, qual è il loro ruolo e il loro impatto su questo tema?

Dei media ne abbiamo già parlato. A chi non ha familiarità con le specificità rumene, devo dire che qui il civismo è debole, anemico, i cittadini non sono motivati o mancano dell’esperienza necessaria per impegnarsi nel risolvere dei problemi e nel dialogare con i rappresentanti. Possiamo però dire che abbiamo imparato molto negli ultimi anni, soprattutto a causa delle provocazioni (per es. i tentativi di eliminare l’insegnamento religioso, i tentativi di legalizzare le unioni civili ecc.). Se per anni, a causa della mancata organizzazione delle forze conservatrici, l’espressione “società civile” identificava unicamente la pletora di ONG di stampo laicista sostenute da Soros e altri, adesso le cose cambiano.

Per quanto riguarda le comunità religiose, anche qui c’è bisogno di spiegare un po’ la congiuntura. In Romania la maggioranza è rappresentata dalle Chiesa Ortodossa (l’87% della popolazione). Questa si serve di regole e strumenti diversi rispetto alla Chiesa Cattolica o a quelle protestanti ed è stata molto discreta per quanto riguarda il suo intervento nella vita pubblica. Per questo è vista con più favore rispetto a quanto lo sia il cristianesimo in generale nell’Occidente. Questo però denota anche un torpore a livello di discorso pubblico, rinserrandosi nella sola argomentazione strettamente teologica che interessa sempre meno all’opinione pubblica. Compreso quel che riguarda il tema della famiglia. Tuttavia a poco a poco, le cose cambiano anche qui: la Chiesa impara l’ABC della comunicazione e delle relazioni pubbliche. Sicuramente il suo coinvolgimento nella campagna per il referendum costituzionale imporrà alle sue gerarchie, volente o nolente, il riconoscere che siamo in uno stato di guerra culturale senza precedenti e che dobbiamo essere “prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16).

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